“Why you try to change me now” chiude così Bob Dylan il concerto di Las Vegas proprio la sera dell’assegnazione del Premio Nobel.
Prendendo in prestito le parole di Frank Sinatra, del quale riarrangia questo fantastico brano, Dylan sembra ancora una volta ricordare che il Mondo si deve adattare a noi, alla nostra arte. E non il contrario.
Nessuna menzione al Premio, nessun ringraziamento pubblico, solo la sua voce tagliente, la sua chitarra e le sue semplici e anticonvenzionali parole:

…Why can’t I be more conventional?
People talk, people stare, so I try
But that’s not for me, ‘cause I can’t see
My kind of crazy world go passing me by

So, let people wonder, let ‘em laugh, let ‘em frown
You know I’ll love you till the moon’s upside down
Don’t you remember I was always your clown?
Why try to change me now?…

Ancora fiumi di parole alimentano un chiacchiericcio sterile sulla legittimità di un riconoscimento tanto importante, e sul poco velato disinteresse di Bob Dylan nel rispondere al portavoce dell’Accademia di Svizzera Odd Zschiedrich paventando il terzo caso di rifiuto dopo quelli di Jean Paul Sartre e Boris Pasternak.

Ma questa volta la storia e le modalità sono belle come non mai… romantiche, sognanti, reali come le canzoni dell’artista popolare, il più influente del Novecento, simbolo e voce della sua generazione, non una generazione qualsiasi, ma la generazione del movimento per i diritti civili, della protesta contro il Vietnam, del famigerato ’68, della rivoluzione sessuale, la generazione che ha vissuto in contemporanea Kennedy, Che Guevara, Giovanni XXIII e Neil Armstrong che passeggia sulla Luna.

Da circa vent’anni, il suo nome riecheggia fra i candidati del Premio più importante del mondo.
Nel 1997 quando fu assegnato il Nobel a Dario Fo – che col tempismo dei grandi scompare proprio il giorno dei questa discussa assegnazione, lasciando il podio ad un altro outsider – Dylan era tra i candidati più quotati, sponsorizzato dallo stesso vincitore di quell’anno.

“… Dare a Dylan il Premio Nobel per la Letteratura equivale ad appuntare sul Monte Everest una medaglia come monte più alto del mondo…”.

È proprio da queste semplici parole di Leonard Cohen, che bisogna partire per capire come questo suo naturale gesto racchiude tutto il mondo di Dylan, un mondo tanto scavato nella sua terra quanto nei suoi occhi tristi.
Dylan è e sarà sempre l’anti-comunicazione del Novecento, è il contenuto che ignora il contenitore, è la parola che vince sulla musica, è l’idea che si palesa così com’è e come delle volte deve essere raccontata.
Per Dylan non esistono convenzioni sociali, non ci sono né vinti né vincitori, niente tappeti rossi e flash, ma dopotutto cosa possiamo aspettarci da un cantautore che non sa cantare!
Ignorare questa investitura è una naturale conseguenza delle sue opere, dei suoi lamenti, del suo desiderio di cantar male sul palco, con la voce più assorta e più gracchiante del solito.

Ignorare non è una protesta (o non proprio), è una sufficienza che solo Bob Dylan può permettersi, lasciando tutti nel limbo inespresso di una risposta non data che, poi a pensarci bene, cosa avrebbero da dirsi Bob Dylan, voce della rivolta intelligente, violenta nella semplicità dei suoi versi, e Alfred Nobel, chimico e filantropo svedese ideatore del Premio Nobel e inventore della dinamite?