Dopo l’ennesimo attentato terroristico, ancora una volta, ci troviamo, in balia dello spettro di una guerra alla quale non siamo affatto abituati.
Una guerra che non si combatte su due fronti chiari e distinti, che non risparmia civili e bambini, che si avvicina alla stessa paura intravista nei reportage dal fronte. Una guerra da “combattere” in maniera completamente diversa rispetto a quelle combattute fino a ora. Una guerra che, seppure estremamente reale, echeggia a gran voce tra le fitte trame del web.
Proprio questi moderni canali, come new media e social network, diventano non solo piazza virtuale dove condividere rabbia, speranza e preoccupazioni, ma strumenti capaci di misurare il polso della pressione sociale e di offrire “servizi” utili per facilitare e monitorare le operazioni di salvataggio e messa in sicurezza.
Mentre il terrore paralizza le strade di Monaco di Baviera, in seguito all’attacco nel centro commerciale Olimpia il 22/07/2016, Facebook attiva il servizio di “safety check” permettendo così di comunicare, ad amici e parenti, di essere in sicurezza.
Con l’hashtag #offentur (porte aperte) la città bavarese si organizza, attraverso Twitter, per accogliere e offrire aiuto a tutti coloro che si trovano impossibilitati a tornare a casa dopo la sparatoria al centro commerciale.
Queste operazioni accadono anche nelle ore immediatamente successive alla strage di Nizza del 14/07/2016. Con il tag #PortesOuvertesNice, gli utenti Twitter invitano i cittadini ad accogliere, anche in questo caso, chi fugge dai luoghi della strage.
Persino le istituzioni, come il Comune di Nizza, veicolano i servizi social rivolgendosi ai propri cittadini attraverso post come: “Restate all’interno. Potete utilizzare l’hashtag #PortesOuvertesNice per trovare un rifugio e pensate a segnalarvi ‘in sicurezza’ su Facebook”.
Il sopra citato servizio “safety check”,  sviluppato da Facebook è già utilizzato dopo gli attentati di Parigi e di Bruxelles, riuscendo a registrare, nel caso del Bataclan, un bacino di circa cinque milioni di utenti.
Come per gli altri attentati, sono tantissime le persone in cerca dei propri familiari attraverso il web.
Su Twitter, l’hashtag #RechercheNice centralizza questi avvisi, spesso, accompagnati da foto e caratteristiche fisiche delle persone scomparse.
Ancora una volta, i social network diventano uno strumento rapido e concreto.
Queste innovazioni, sono in grado di ottenere risultati immediati. Come, per esempio, la bella notizia, arrivata poco dopo la tragedia di Nizza, di una donna che, grazie a un appello su Facebook, ritrova il proprio bimbo di otto mesi scomparso negli attimi di terrore.
Rete bollente, quindi! A testimoniarlo basta analizzare i dati riguardanti gli attentati di Parigi che riportano una mobilitazione online senza precedenti, con picchi di circa 23 milioni di tweet da tutto il mondo.
I contenuti elaborati e condivisi sui social network sono, oggi, delle tracce importantissime che possono rappresentare uno strumento di monitoraggio preventivo di tutti i campanelli d’allarme.
Mettendo tali contenuti a regime e monitorandoli attraverso un sistema complesso e specifico, questi possono contribuire alla scoperta preventiva di un eventuale rischio, diventando, quindi, non soltanto un canale pubblico dove poter condividere speranze e sfoghi, ma una vera e propria corazza per difenderci, almeno in parte, da questa nuova e sconosciuta forma di guerra.